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L'acqua che c'è

L'accesso all'acqua non è un problema di scarsità della risorsa, ma di povertà e ingiustizia. È la conclusione dell'ultimo Rapporto sullo sviluppo umano dell'Onu, che rivendica 20 litri al giorno di acqua pulita per tutti come diritto umano fondamentale.

di Emanuele Fantini 2007

"Abitiamo sulle sponde del lago ma non abbiamo accesso all'acqua pulita" è la denuncia di Yohannes, rappresentante della comunità del villaggio di Koka, a due passi dall'omonima diga, in Etiopia. Denuncia che riassume alla perfezione il contenuto dell'ultimo Rapporto sullo sviluppo umano delle Nazioni Unite, quest'anno intitolato "Oltre la scarsità: potere, povertà e la crisi idrica globale".

L'idea alla base del Rapporto è che la mancanza di accesso all'acqua non dipende dalla semplice disponibilità fisica della risorsa, bensì da povertà, disuguaglianze e relazioni di potere. Quasi una rivoluzione copernicana per le politiche di sviluppo, tradizionalmente concentrate sull'aumento dell'offerta attraverso dighe, canali e impianti di desalinizzazione. Da questo punto di vista l'Etiopia è un caso esemplare: pur disponendo di risorse idriche ben superiori alla media africana, si trova all'ultimo posto nelle classifiche mondiali per accesso all'acqua, e al penultimo per accesso ai servizi igienici di base. Non a caso, il suo Pil pro capite, 160 dollari l'anno, è tra i più bassi del pianeta. E i poveri sono quelli che pagano il prezzo più salato. Nelle periferie di Nairobi o Manila, l'acqua acquistata dalle autobotti dei rivenditori privati costa da cinque a dieci volte tanto rispetto a quella che esce dai rubinetti dei quartieri benestanti. Carenza di accesso all'acqua e povertà si avvitano così in un perverso circolo vizioso: secondo le stime della Banca mondiale, l'Africa subsahariana perde ogni anno il 5% del Pil per problemi legati alle risorse idriche, una cifra di gran lunga superiore a ciò che la regione riceve in aiuti.

 Null'altro che un diritto

Il Rapporto segna, almeno sulla carta, un altro significativo passo in avanti. Dopo anni in cui nei documenti e nelle conferenze internazionali sull'acqua il termine "diritto" era stato di fatto sostituito da "bisogno", giuridicamente più ambiguo e meno vincolante (cfr. VpS marzo 2006), il Rapporto riconosce l'acqua come "diritto umano fondamentale" e indica in 20 litri la quantità minima indispensabile quotidianamente per ogni persona. È la conferma di un'inversione di tendenza, iniziata nel 2002 con il riconoscimento del diritto umano all'acqua da parte del Comitato per i diritti economici, sociali e culturali dell'Onu. Anche i governi più restii a riconoscere questo diritto stanno iniziando a cedere, come nel caso della Gran Bretagna.
Al lancio del Rapporto, il ministro inglese per la Cooperazione internazionale e lo sviluppo ha proposto un Piano d'azione globale per risolvere la crisi idrica, affermando che «in molti paesi in via di sviluppo, le compagnie di distribuzione riforniscono i ricchi con acqua sussidiata, ma spesso non raggiungono per nulla i poveri. Il riconoscimento del diritto all'acqua contribuirà a cambiare ciò e permetterà ai cittadini di chiedere di più ai loro governi».

Più acqua meno armi

Al momento, purtroppo, le priorità continuano a essere altre: in Etiopia il budget del governo per la difesa ammonta a dieci volte quello per l'acqua. In Pakistan è pari a 47 volte. Secondo le stime del Rapporto, per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo del Millennio, i governi dovrebbero destinare almeno l'1% del loro Pil al potenziamento dei servizi idrici e igienici e l'aiuto internazionale allo sviluppo dovrebbe crescere di 4 miliardi di dollari l'anno, per ottenere i 10 miliardi addizionali necessari. Ma potrebbero non bastare, come spiega Giorgio Cancelliere, coordinatore del "Master in uso del territorio e gestione delle acque nei paesi in via di sviluppo" dell'Università di Milano: «Nel calcolo delle risorse necessarie a raggiungere gli Obiettivi del Millennio si pensa sempre ai nuovi investimenti da realizzare, dimenticando i costi legati alla sostenibilità degli impianti, in media di 25 anni. Non basta quindi costruirne di nuovi, ma occorrerà anche riabilitare quelli nel frattempo invecchiati senza manutenzione adeguata».


 Italia: legge di iniziativa popolare per l'acqua pubblica

È iniziata la raccolta firme per sostenere la proposta di legge d'iniziativa popolare per la ri-pubblicizzazione dei servizi idrici in Italia, promossa da Attac, dal Comitato per il contratto mondiale sull'acqua e dalle numerose realtà territoriali e reti nazionali riunitesi nel Forum italiano dei movimenti per l'acqua, per lottare contro la privatizzazione dei servizi idrici. La proposta di legge si fonda sul riconoscimento dell'acqua come diritto umano e bene naturale da preservare anche per le generazioni future. Per mettere in pratica questo principio si prevede di sottrarre la gestione dei servizi idrici alle logiche di mercato e della libera concorrenza, per affidarla a enti di diritto pubblico e non, come avviene oggi, a società per azioni con capitale misto pubblico-privato. Il principio del diritto all'acqua si concretizza attraverso l'erogazione gratuita di 50 litri pro capite come quantitativo minimo giornaliero e la creazione di un Fondo nazionale di solidarietà internazionale destinato a progetti di cooperazione, da finanziarsi attraverso il prelievo di un centesimo di euro per ogni metro cubo di acqua erogata, e per ogni bottiglia di acqua minerale commercializzata.

Per informazioni: www.acquabenecomune.org


 

Volontari per lo sviluppo - Gennaio-Febbraio 2007
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