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Genere: documentario

Anno: 2010blood in the mobile poster

Durata: 82 minuti

Regista: Frank Piasechi Poulsen

Interprete principale e narratore: Frank Piasechi Poulsen

Altri interpreti in ordine alfabetico:

Bernhard Himself, UN Press Office

Chance Himself, 16 years, mine worker

Annie Dunnebacke Herself, Global Witness

Pekka Isosomppi Himself, social responsibility director, Nokia Corporation

Aldus Kampekampe Himself, Minister of Mining, Democratic Republic of Congo

Jim McDermott Himself, US Congressman

John Prendergast Himself, Raise Hope for Congo

Major Rahman Himself, United Nations Peacekeeping

Oskar Södergren Himself, Nokia Corporation (voice)

Produttore

Christian Beetz co-producer: Germany

Jens Ulrik Pedersen executive producer

Ole Tornbjerg executive producer / producer

Musica

Kristian Eidnes Andersen

Fotografia

Frank Piasechi Poulsen

Lars Skree

Adam Wallensten

Trailer in inglese https://www.youtube.com/watch?v=wQhlLuBwOtE

 

Premi:

Winner, Cinema for Peace Award in Berlin, 2011

Hot Docs Festival, Toronto, 2011

Amnesty International Movies That Matter, Netherlands, 2011

It’s All True International Documentary Film Festival, 2011

Thessaloniki Documentary Film Festival, 2011

ZagrebDox, Croatia, 2011

True/False Film Festival, Colombia, 2011 

Il film (trama e problematiche affrontate)

Sangue dietro ai nostri telefoni, così potremmo tradurre il titolo del docufilm sullo sfruttamento minorile nelle miniere del Congo. Frank Poulsen con il suo film affronta un dramma di livello mondiale. Il documentario punta la sua attenzione sui cellulari Nokia e sui bambini che lavorano fino a 72 ore consecutive nelle miniere di Bisie in Congo per estrarre un minerale, il coltan (columbite-tantalite) impiegato per la produzione dei condensatori dei cellulari e di molti altri “gioielli” della nostra tecnologia.

La scelta di Nokia, come ha spiegato lo stesso regista in un’intervista alla BBC, è stata casuale, infatti il problema riguarda tutti i produttori di telefoni cellulari.

Ole Tornbjerg, produttore del film, ha spiegato quanto sia stato pericoloso andare a girare questo documentario nelle miniere congolesi tanto che Poulsen ha effettivamente rischiato la vita per farlo. In una intervista il produttore ha affermato: "A nulla sono valsi i nostri consigli a non andarci, anzi, l’hanno motivato ancora di più a filmare gli scavi e il commercio dei minerali che finiscono nei nostri telefonini”.

Nokia ha accusato il regista di muovere accuse immotivate e senza prova, affermando di aver sempre posto attenzione al problema dei minerali da conflitto. Al momento della presentazione del film Nokia aveva promesso di fermare questi abusi, salvo poi non dare corso a nessun vero provvedimento. Attualmente la posizione di Nokia su questo problema è reperibile sul sito dell’azienda nel documento https://www.nokia.com/sites/default/files/nokia_conflict_minerals_policy_0_0.pdf
o consultando il sito dedicato all’etica aziendale di Nokia anche in versione italiana https://secure.ethicspoint.com/domain/media/it/gui/478/index.html

Nel documentario emerge come nessuna compagnia produttrice di apparecchiature elettroniche e in particolare di telefoni cellulari si salvi. Infatti emerge chiaramente la responsabilità di utilizzare minerali provenienti da conflitti. Gran parte di questi minerali provengono proprio dalle miniere di Bisiye, nel territorio di Walikale (regione di Kivu, Congo Orientale). Poulsen è riuscito a ottenere i permessi direttamente dai gruppi militari congolesi per farsi scortare fino a Bisiye dopo non essere riuscito a ottenere il permesso e l’appoggio dei rappresentanti delle Nazioni Unite che, probabilmente, temevano di diventare complici del suo probabile assassinio. Poulsen è addirittura entrato a filmare in una di queste terribili miniere, prive di ogni sistema di sicurezza e che non sono altro che veri e propri cunicoli scavati direttamente nel terreno fino a cento e più metri di profondità e dove ogni giorno muore qualcuno.

“Il coltan è un minerale molto duro, denso, resistentissimo al calore e alla corrosione, essenziale per la produzione dei condensatori di computer portatili, telefoni cellulari, dispositivi video, dispositivi audio digitali, console giochi e sistemi di localizzazione satellitare. Solo per citare alcune delle sue applicazioni più comuni che coinvolgono l’industria leggera, ma è utilizzato anche nel settore aerospaziale e nella tecnologia militare.” (da AfroFocus, il blog di Marco Cochi)

Il coltan viene estratto in gran parte dalle miniere situate nel territorio a nord-est della Repubblica democratica del Congo. In questi luoghi sono state combattute in questi ultimi quindici anni continue guerre, con circa cinque milioni di morti, proprio per il controllo delle risorse minerarie. Il coltan, inoltre, contiene un po’ di uranio e quindi è radioattivo, ma nelle miniere congolesi, come ben si vede nel documentario, è estratto a mani nude e quindi provoca seri danni alla salute dei minatori. A questo si aggiunge una ulteriore emergenza ambientale: per poter alimentare le masse di improvvisati minatori, vengono cacciati in modo indiscriminato gli animali della fauna selvatica, al punto che il Wwf ha denunciato che la fauna del Parco nazionale di Kahuzi-Biega e della riserva naturale di Okapi sta diventando a rischio di estinzione.

Blood in the mobile testimonia come la maggior parte delle vittime siano bambini che vengono impiegati praticamente in regime di schiavitù (sia che siano stati rapiti dai gestori delle miniere, sia che siano stati venduti dalle loro stesse famiglie per pochi soldi) per la loro possibilità di calarsi in cunicoli più piccoli grazie alle loro dimensioni. Ai morti per i conflitti vanno quindi aggiunti quelli morti per incidenti durante l’estrazione del minerale, dato i frequenti crolli delle miniere, e quelli durante il trasporto del minerale dalle miniere ai centri di raccolta. Infatti, anche i portatori, nei loro estenuanti e lunghissimi viaggi a piedi nei sentieri tracciati nella foresta, sono continuamente a rischio di incidenti mortali, spesso anche perché semplicemente sfiniti dalla stanchezza.

Molto le multinazionali che utilizzano questi minerali non si fanno scrupoli (malgrado una risoluzione dell’ONU del 2010) a utilizzare minerale importato in modo illegale perché costa circa la metà di quello di importazione certificata. Ancora una volta dobbiamo riflettere su quanto sangue costi la nostra continua ricerca di prodotti a prezzi stracciati.

“Senza un serio programma di certificazione delle dichiarazioni dei produttori non c’è modo per i consumatori di sapere da dove arrivi il coltan dei loro telefonini, soprattutto alla luce del fatto che stime attendibili indicano che nel Congo Kinshasa vi sia l’80% delle riserve mondiali.

L’approvazione di un protocollo di controllo della provenienza del coltan, congeniato sulla falsariga di quello di Kimberley per i diamanti, potrebbe contribuire sensibilmente a interrompere la spirale di violenza nella Repubblica democratica del Congo, legata al controllo delle miniere di coltan. Forse, però, anche a causa dell’ostracismo delle potenti lobby dell’elettronica, l’approvazione della proposta continua a slittare di anno in anno.” (da AfroFocus, il blog di Marco Cochi).

Scarica la scheda in pdf

Triciclo - luglio 201

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